Accà nessuno suona fesso

12 aprile 2020 

Quale opportunità ci si presenta oggi per rinnovare noi stessi nei nostri valori, nelle relazioni sociali, nella propria consapevolezza e nelle finalità del genere umano! Eravamo in molti, da tempo, a invocare un cambiamento e l’agente del cambiamento è arrivato. 

 

Un cambiamento che non giunge purtroppo a causa di un salto culturale dell’umanità, come si era sperato e invocato, bensì per un particolare accidente della natura che ci ricorda che la vita per esistere ha bisogno di nutrirsi di vita. 

 

Lungi dal valutare la pandemia in atto come un qualche castigo divino, ipotizziamo invece che la natura, alla quale apparteniamo, ubbidisca a una “misteriosa” legge che si applica quando l’umanità non desidera cambiare in meglio le sue prerogative di crescita. 

 

Nonostante le malattie giungano -riteniamo- per renderci più forti, nel corpo e nello spirito, c’è sempre qualcuno o qualcosa che pone ostacoli al processo complessivo della guarigione, patrocinando come unica via quella restaurazione auspicata dalla massa che si crogiola nella falsa speranza che nulla mai cambi davvero, nel bene come nel male. 

 

Ecco perché, quale che sia la vera origine di questo virus, naturale o da laboratorio, è ipotizzabile che le poche “famiglie” che detengono il potere usino la propria influenza, come accaduto in passato, per decidere chi può ancora sedersi al tavolo da gioco e chi invece deve cessare di ricevere e -ancor di più- dare le carte. 

 

A quei pochi diciamo: togliete pure la sedia ai sempiterni e parassitari mediatori di benessere, di qualsiasi natura, ma non fate l’errore di affossare il popolo. Perché questo tempo appartiene al popolo e al popolo deve essere restituito. 

 

Chiariamo che quando parliamo di popolo non ci stiamo riferendo a una qualsiasi moltitudine diversificata di individui, bensì a quell’unico ente di pienezza organica in cui le idee, il linguaggio, le emozioni e l’operare dei singoli divengono tessere di un mosaico comune teso al benessere della società e della sua organizzazione, che un tempo era stata immaginata come corrispondenza dell’organizzazione spaziale e temporale della città, a sua volta costituita a somiglianza della lex universalis. 

 

L’azione del popolo, unico interprete della legge che lo sottende, è infatti legata spiritualmente al suolo che abita, dove principio e fine presuppongono l’elaborazione di un disegno comune, e il suo naturale compimento, che fanno corrispondere il rinnovamento del genere umano al rinnovamento terrestre.   

 

L’immagine del popolo è quella di un albero le cui radici s’immergono nell’humus per alimentarsene mentre il suo tronco svetta verticale fino al cielo. Solo che oggi, dopo esser stato lacerato e sfibrato dalla scarsa lungimiranza dei pochi, c’è bisogno che l’albero riceva nuovo nutrimento per tornare rigoglioso; e ciò può accadere solo se si rinvigorisce, fin nei più piccoli elementi, la linfa della reciprocità e dell’appartenenza all’albero stesso. 

 

Tra le sue chiome deve dunque soffiare, ora più che mai, il vento della cultura, che porta identità, affinché il frusciare delle sue differenti foglie diventi un unico coro di voci. Solo così, al pari di un pioppo (popolus in latino era anche il nome del pioppo), albero da cui si produce la carta su cui l’uomo scrive la storia, anche il popolo potrà scrivere sulla sua corteccia la migliore versione di questa storia, da tramandare alle future generazioni. 

 

È così: il tempo astronomico può acquistare spessore di storia solo grazie alla presenza dell’uomo, che con il suo sguardo spirituale unifica le successioni degli eventi, le organizza e le orienta, dandosi così la possibilità di comprendere quel che è, quel che è stato e quel che avrebbe potuto essere. 

 

Ogni popolo, nel suo particolare dominio, esercita una sorta di sacerdozio il cui diritto gli viene conferito dalle sue attitudini speciali a vedere e a sentire ciò che altri non sono in grado di cogliere in modo completo e profondo. Dunque, il popolo non è mai datum ma donum, prodotto di un processo “geologico” di formazione e informazione permanente.  

 

Impedire anche al più piccolo degli appartenenti al popolo di ottenere il necessario per la sua crescita, lasciarlo nell’indigenza e nell’ignoranza, è qualcosa che mette in ceppi l’intera umanità. Perché l’umanità è un unicum legato attraverso la conoscenza a tutti i piani del reale, dai minerali alle stelle, dai morti, passando per i vivi, ai non ancora nati. E pur rinnovandosi in infinite forme, con il passaggio delle latitudini e delle longitudini o il trascorrere delle ere, è fondata su un unico principio. 

 

Un principio che è doppio, come ogni cosa che si manifesta nella realtà. Questa è la grande scoperta della cultura occidentale che, nata nel Mediterraneo migliaia di anni fa, detiene il primato per quanto riguarda il concetto di humanitas. 

 

È il nostro meraviglioso paradosso esistenziale: siamo unici nell’universo in quanto dotati di parola, ma per la stessa ragione e allo stesso tempo siamo destinati al dialogo. Con tutti e con tutto, perché, per avere un dialogo, serve l’altro: al maschile serve il femminile, al prossimo il lontano, al passato il futuro, all’uomo la terra, all’immanenza la trascendenza. 

È in base a questa conoscenza che gli antichi Romani, comprendendo di essere gli unici con la capacità, in quanto uomini, di dare forma -attraverso il simbolo- alle leggi della natura, organizzarono la loro struttura politica in chiave binaria, affiancando al popolo l’istituzione del senato; senatus che era composto, a differenza di oggi, da individui che nel corso della vita si erano resi migliori in qualche campo del sapere. 

 

Perché solo chi si è reso migliore può educare gli altri a compiere lo stesso percorso: uscire dalle tenebre dell’ignoranza per venire alla luce della conoscenza, accendendo quella scintilla che conduce fuori dalle caverne verso la difficile libertà dell’essere uomo. 

Lo stiamo sperimentando in questo periodo di “reclusione”: senza una comunità di riferimento alla quale prestare servizio, con il corpo, l’anima e lo spirito, l’individuo è come una rondine senza il cielo da solcare per indovinare la rotta. Al tempo stesso, una comunità che non permette al singolare genio di ognuno di esprimersi e svilupparsi, per avverare un qualche rinnovamento, perde la sua ricchezza e la sua finalità. 

Fratelli Limbourg, La graticola infernale, miniatura da Les Très Riches Heures du duc de Berry, 1416 circa

I due sistemi, singolo e comunità, cambiamento e continuità, devono essere costantemente messi in tensione, come i due poli della carica elettrica, affinché si possa generare un movimento pendolare nella storia che le permetta di crescere e rigenerarsi, in quanto è proprio nel movimento permanente che sorgono l’equilibrio e la stabilità.

 

Il passato è pieno di oscillazioni. Nel 1527 i Lanzichenecchi di Carlo V d’Asburgo calarono su Roma distruggendo basiliche, palazzi, monumenti, opere d’arte, uccidendo, derubando e stuprando i cittadini di entrambi i sessi e di qualunque condizione. In città, a causa della fame e delle inadeguate condizioni igieniche, scoppiò la peste a decimare la cittadinanza già stremata, riducendo economicamente a brandelli la società romana. 

Ma Roma risorse, perché nel suo patrimonio culturale contiene i semi per riproporre eternamente la sua universale missione di cultura che nasce dall’uomo e sull’uomo converge. Il sacco di Roma segnò anzi un momento di svolta: i detentori del potere, attaccati dalla riforma luterana per via della corruzione delle indulgenze, capirono che era arrivata l’ora di cambiare e così facendo prepararono le basi del concilio di Trento che rinnovò, tramite la Controriforma, l’essenza delle élites che governano il popolo. 

 

Perciò, anche nell’attuale crisi, parola che sottende la possibilità di scegliere la direzione da prendere, riteniamo sia giunto il momento di lavorare per l’istituzione di un popolo che si senta di nuovo erede del luogo che abita, e che grazie a questa consapevolezza non scelga più chi lo governa con logiche di basso cabotaggio, e di un senato che venga riproposto in base al merito per esprimere la forza etica che occorre per guidare il popolo a costruire, al pari dell’artigiano, un futuro che ancora non esiste ma che può realizzarsi se avremo la sapienza e l’intelligenza di fondarlo sulla pianta di un sogno condiviso. 

 

Nel linguaggio musicale, suonare “fesso” -parola che origina il nostro titolo e discende dal participio passato del verbo findere, fissus che significa incrinato- è emettere un suono sordo, vuoto, che privo dell’integrità del proprio corpo acustico non ha più la forza di propagare la sua onda sonora. Ma, come sa ogni musicista, il suono che non è capace di amalgamarsi nella sinfonia -una nota con le altre note, uno strumento con gli altri strumenti- è un “qualcosa” che ha perso la sua identità.   

 

Che dunque più nessuno si senta fesso o da fesso venga più trattato. È il momento di mettere in campo credibilità e responsabilità, con la consapevolezza che il treno è di quelli che non ripassano. L’Unione Europea deve (ri)conquistare il primato che le spetta come erede di quella Roma, centro laico e religioso della terra, che seppe fare patriam diversis gentibus unam (una patria per i popoli più diversi), per sconfiggere il virus che la ammala, quel separatismo che spinge ogni Stato a dichiararsi impropriamente l’unico erede legittimo della romanitas solo per affermare la propria supremazia a discapito degli altri.

 

È necessario che tutti i popoli invece ora si riaggreghino intorno a quell’unico corpus di conoscenze di matrice universale, per valorizzare le differenti qualità di ogni individuo, di ogni etnia, di ogni territorio e di ogni Stato e contrastare così virus ancora peggiori del nostro: quello dell’imperialismo populista che soffia dal nuovo occidente e quello speculare e contrapposto che arriva, liberticida, da levante. 

 

Non si può pensare, con la scusa dell’emergenza sanitaria, di risolvere il problema in corso solo per mezzo di un panopticon tecnologico basato su una rete di pervasivi monitoraggi, quanto invece ampliare la visione della portata del fenomeno, per evitare quella logica di alienamento e assoggettamento del popolo che si viene a creare ogni qual volta la tecnologia non è usata per migliorare la capacità dell’uomo di rimanere uomo.

 

In quest’epoca di grandi sommovimenti, è giunta l’ora di favorire l’evoluzione sociale, proteggendola dalla dissolutezza dell’economia e dall’indifferenza della politica, per mezzo dell’autentica cultura umanistica, che sola può permettersi di salvare il mondo. Dopo tanto distanziamento, che il virus ha formalizzato e reso plasticamente visibile, serve un nuovo rinascimento sociale che permetta all’uomo di riavvicinarsi a sé stesso, alla natura e alla divinità. Crediamo sia giunto il momento di gridarlo a pieni polmoni: andrà tutto bene, a patto d’essere noi all’altezza di farlo andare bene.

 

Un articolo di Fulvio Benelli, Antonio Fancello, Angela Fronteddu, Stefano Giannuzzi, Laura Gigli, Gabriella Marchetti, Fabia Pazzaglia, Giuseppe Simonetta

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