È permesso ad Alice continuare a sognare?

21 maggio 2020 

La prima uscita in auto per una personale necessità. Che bello! Ho fatto lavare la macchina intoccabile sotto uno strato di guano; è primo pomeriggio, la luce è avvolgente col suo tepore, il primo abbraccio che ricevo in questa stagione.

Il fioraio all’angolo della chiesa ha riaperto i battenti, la vita si riattiva nell’operosità di tutti i mestieri.

Avrei voluto le fresie, ma sono fuori tempo massimo; ci sono i gerani e le azalee ma non sono un granché, nemmeno i loro colori, un tantinello smorti, non profumano.

Ma poco oltre mi devo ricredere: la spalletta di un muro vicino al gelataio che traffica coi disinfettanti sui tavoli trabocca di gelsomini e riempie l’aria con un’essenza inebriante; lui comunque non sembra accorgersene, io, invece, penso di dover curare di più la pianta che ho sul balcone, annuncia i fiori, ma è decisamente spelacchiata.

 

Poi li vedo. Finalmente! Mi rendo conto che non li stavo più cercando: un ciuffo di papaveri in seno a una zolla di terra accanto alla fermata dell’autobus: rossi, vividi, semplici, loro si che sono belli.

Allora la primavera è arrivata. Certo siamo a maggio e io ricordo l’impressione avuta da ragazzetta di fronte a uno sterminato campo nei pressi di Nauplia, sullo sfondo del mare; mi giunge ancora l’eco del loro lieve conversare suscitato dalla tiepida brezza di aprile. Da allora ogni anno ne spio con attesa impaziente la prima apparizione, che non manca mai di sorprendermi.

 

Come ho potuto essere così distratta? Dov’è che mi sono smarrita? 

 

Salgo in macchina per attraversare un breve tratto in campagna, non c’è una foglia o un filo d’erba uguale a un altro, ma non vedo l’ora di arrivare a destinazione e il pensiero si sposta all’incontro atteso: sono passati oltre due mesi, non era mai successo. Niente baci o abbracci, ma il calore dello sguardo degli abitanti della casa è avvolgente più del tepore della luce, che cambia lentamente, facendosi sempre più cristallina. Come mi è mancato osservarla in questo trascolorare percepibile con tanta intensità a primavera anche se lo è in tutte le stagioni negli occhi di coloro che hanno sguardo d’amore.

 

Mi sono persa molto, ma in queste poche ore ho ritrovato tutto. La luce dell’imbrunire mi accompagna, sono appena passate le 8 di sera, poche macchine in giro, gli autobus corrono veloci saltando le fermate dove nessuno li aspetta.

È strano, ma forse anche comodo, le panchine sotto i platani sono affollate, il mondo dei padroni dei cani, con o senza mascherine, e quello apparentemente più numeroso di chi sembra non avere niente da fare, guarda ma non vede nulla, l’espressione vacua che non viene accesa dalla distrazione di quello che sta intorno né resa sofferta dalla concentrazione interiore.


Dov’è finita Alice? Si è nascosta perchè non può sopportare di annientarsi in questo nulla? Già, ma nulla di che?

Ripenso alla telefonata ricevuta stamane lasciandomi turbata non tanto per la richiesta avanzata, che di per se non aveva nulla di strano, ma per l’annichilimento che la sottintendeva a testimonianza di uno sbandamento assoluto, forse persino senza rimedio.

Adesso capisco questo senso di day after, la cupezza che ha soffocato la forza straordinaria dell’inverno vinta però dall’energia inarrestabile della primavera, che ha reso e rende irriconoscibile l’essenza di Roma pur nell’edulcorata suggestione di un silenzio vagheggiato, spegnendone la bellezza sottratta agli occhi che la possono percepire: non è l’assenza di soddisfazioni piccole o grandi, non il timore per la salute, salvaguardata almeno da parte della popolazione, per molti (certo non per tutti) neanche il timore per la mancanza del denaro: si pensa che sia la perdita della quotidianità, la perdita del prima, in realtà è lo smarrimento dell’essenza della propria umanità.

Ma cos’è davvero la quotidianità e in cosa consiste l’essenza della nostra umanità?

Papaveri

Di sicuro nei cosiddetti tempi normali, nei quali non possiamo non riconoscere la costante presenza di una routine più o meno sempre uguale- si chiama abitudine, che pochi sono disposti a rinnovare -  intervallata comunque da parentesi di dolori, dispiaceri, gioie che senza sconti attraversano indistintamente la vita di tutti noi, ebbene questa routine,  di qualunque cosa sia intessuta, è il faro che sembra illuminare la strada da percorrere;  quando le circostanze lo spengono ci si attiva per riaccendere quella luce.

 

Oggi intuiamo, più di quanto possiamo sapere effettivamente, che non sarà più così e la consapevolezza del cambiamento che da tempo ci sottende ci trova pigri, demotivati ad affrontarlo nel timore della perdita di quel piccolo posto nel mondo faticosamente conquistato e come tale intoccabile. Ed è giustissimo salvaguardarlo, ma a condizione di non rinnegare noi stessi. Altrimenti la vita che ci è ancora donata non è più la vera ricchezza, ma un fardello che ci rende morti mentre ancora respiriamo.

 

È di fronte alla consapevolezza del valore della vita a tutte le età che ci sono concesse, senza eccezione, in tutte le situazioni, pur nelle ineludibili difficoltà e gioie attraverso le quali tutti indistintamente passiamo, che le catastrofi, alla fine, inesorabilmente si devono arrendere. Sta a noi spazzare via le macerie rimaste ma avendo una meta comune, che è la tensione verso il compimento della nostra essenza di persona, la stessa per tutti gli individui, non l’obiettivo di un desiderio personale, anche se legittimo.

 

Se ciascuno trova la forza di sanare innanzi tutto se stesso agendo in modo tale da rendere sacro anche un solo momento della propria quotidianità, consistente nell’accettazione della qualità di essere uomo, che porta alla consapevolezza e quindi alla "gioia" dell’esistenza terrena, si può sconfiggere il virus più pericoloso: la paura di vivere.

Un articolo di Laura Gigli

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