Dialogo di dei alla maniera di Luciano

29 giugno 2020 

Sull’Olimpo. Giunone, sul suo trono di nubi, e Mercurio.

 

GIUNONE. Caro Mercurio, che arietta piacevole ventilano le alucce dei tuoi calzari, in queste prime vampe di calore alla quali non siamo ancora abituati.

MERCURIO. Ahi, quando mi blandisci in questo modo è perché mi prepari una fregatura, e questo lede la mia dignità professionale di dio della furbizia. Basterebbe la cortina di nembi che hai levato verso il sommo dell’Olimpo, a nasconderci da Giove, a farmi inquietare; perciò non mi tenere sulle spine.

GIUNONE. Ti ho convocato per richiederti un favore, che saprò ricompensare, stanne certo. Mi affido alla tua discrezione non meno che alla tua agilità nel volo fisico, se fisici noi ci possiamo ritenere, nonché alla tua scaltrezza intellettiva.

MERCURIO. Sarà come sempre un piacevole dovere, purché non sia un incarico, come già mi pare, esposto a cagionare qualche grattacapo con il tuo olimpico consorte.

GIUNONE. Stai tranquillo, hai appena appreso che ti affido una missione delicata, e segreta, la quale non sarà nota ad altri che a noi due. Ciò è necessario in quanto, se i miei sospetti saranno confermati, mi occorre studiare una strategia difensiva senza destare sospetti, che in tali affari sono già rovinosi.

MERCURIO. Di quali affari congetturi. Di’ dunque, ti ascolto.

GIUNONE. Dovresti scendere sulla Terra, traversare l’azzurra distesa del mare, travestirti da mortale, e aggirarti nei nostri antichi dominii, indagando su di uno strano fenomeno che ha attirato la mia attenzione mentre godevo lo spettacolo offertomi dal ritorno di Zefiro carezzante dolcemente le vesti fiorite alla Primavera, il cui profumo ha, per noi dèe, maggiori attrattive dell’ambrosia, la quale non ci manca mai, mentre la stagione dei fiori passa e va, e riserva anche agli immortali il tremito di piacere che dà il ritorno di ciò che è caduco, la cui bellezza è tanto più alta quanto più è attesa e sperata tra le insidie di una perpetua incertezza. Anche se questo resta per noi un gioco, mentre per i mortali è destino. Essi, con tutta lo loro disgraziata condizione, sono consapevoli che soles occidere et redire possunt, per parlare la nostra lingua, e infatti così è per noi eterni, appunto ab aeterno, mentre a loro, ad ogni tramonto, e ogni volta che assistono impotenti al massacro di una pergola di fiori sotto un temporale, sale un sentimento malinconico, come se quello spettacolo potesse non ripresentarsi più, e fosse concesso loro, come del resto lo è la vita intera, soltanto in prestito, senza data fissa di restituzione. Perciò, proprio perché è effimero, vi si attaccano e ne traggono una delizia amarognola che ne esalta il sapore, a illusoria compensazione della sua volatilità; ma tale gusto a noi è precluso, come ad essi quello dell’ambrosia.

MERCURIO. Odisseo era astuto davvero a rifiutare l’offerta di Calipso, oppure la sua molta versatilità non sfuggiva alla debolezza della natura umana, chissà?

GIUNONE. Dunque, caro Mercurio, il fatto è che, a differenza dei tremila anni precedenti, questa volta mi sono trovata da sola a vagare tra mille sorrisi di alberi fioriti che non deliziavano nessuno. Incuriosita da un fenomeno così singolare per degli esseri che non si possono permettere di gettare via quel poco piacere che nemmeno noi, nel gelo del nostro cuore immortale, ci sentiamo di portar via loro, mi sono addentrata tra le abitazioni, percorrendo strade deserte, incontrando soltanto persone mascherate, radenti i muri, dall’aria spinosa e sbigottita, come ad un carnevale tragico. Ma la cosa che più mi ha impressionata, oltre lo sdegno di non aver visto nemmeno un ramo di alloro sugli stipiti come prescrivono i riti del mese di Marte, è il pallore spettrale della gente.

Proprio questa assurda stranezza, questo anemismo smorticcio che saprebbe già di medicina nelle tristi distese nebbiose degli iperborei, ma che in un popolo mediterraneo ha lo stesso significato di un gregge belante di leoni tosati, mi accende l’animo di sdegno, perché nella sua balorda innaturalezza, mi induce a ritenerlo indizio di una forzatura delle sacre leggi di natura. E poiché nessun potere oltre quello sommo si può insinuare fino a scardinare l’equilibrio cosmico di cui siamo garanti, ecco che il mio sospetto ricade sul cronide, l’adunatore di nembi mio coniuge, il quale non è nuovo a imprese scervellate di questo genere. Ti ricordi quando ingiunse al Sole di fermare la sua corsa per tre giorni, poiché gli servivano tre notti per giacere con Alcmena e procreare un eroe fuori norma come Ercole? Bene, secondo me anche stavolta c’è il suo zampino. Soltanto che qui la dose è caricata, e di giorni bui come notti proprio quando l’anno sorride, le sere si attardano nell’aria sonora di rondini tornate a volteggiar nel cielo, e la campagna spande mille incensi sul verde tenero dell’erba, ce ne devono essere stati molti, ma molti di più. Al punto che io sono anche inquieta che stia per montarne una rivolta delle divinità competenti della terra sconquassata, assai più che quando Fetonte la bruciacchiò col carro del padre. Ma per intanto, tu, Ermetuccio, scopri col tuo ingegno quale trama fedifraga si cela dietro quest’imbroglio, sicché io possa porvi riparo come si conviene, sperando che non sia troppo tardi.

MERCURIO. Volo, ma tu ricordati che non sarò certo io a faticare per niente, tanto più che se Giove mi becca a sfilacciare le sue lenzuola sono dolori, anche per me che sono suo figlio. Ma tu lo sai per esperienza, vero! Vale.

Scena seconda. Mercurio ritorna dalla sua esplorazione e atterra radendo le nuvole ai piedi di Giunone meditabonda. Giove, come sempre, non c’è.

 

GIUNONE. Caro, dimmi tutto, sono ansiosa.

MERCURIO. Che storia, non vedo l’ora di narrarla a Luciano: solo lui può raccontarla, tanto è inverosimile. Dunque. Devi sapere che i mortali di quelle contrade sono tanto impalliditi che non si distinguerebbero dalle ombre dell’Ade, se non fosse che al contempo sono divenuti corpulenti, mollicci e tremebondi. Mi sembrano anche mezzi orbi. Infatti sono transitati dall’inverno alla tarda primavera senza vedere il sole, né le stelle. Semplicemente si sono chiusi in casa da soli per un ordine ricevuto a velocità della luce, che nemmeno io posso eguagliare, e da un giorno all’altro hanno capovolto e intombato l’ordinamento della loro frenetica esistenza.

Donato Creti, 
Mercurio reca a Giunone la testa di Argo, 1721

Così, invece di provare diletto ad ammassarsi nelle piazze, a intronarsi nei locali, a intasarsi su strade avvelenate, o a convincersi dell’opportunità di schizzare qua e là nel globo con ogni mezzo disponibile per battere la testa di un chiodo a Brasilia e farlo appuntire a Tokio, sono scomparsi da sotto la volta celeste. Di botto le loro metropoli sovraffollate si sono desertificate, e parevano, viste dalle nubi, tanti quadri reali di città ideali del Rinascimento, o parti di pittori metafisici, non fosse stato per i cumuli maleodoranti di rifiuti che le chiazzavano. Ciò detto, cara Giunone, nemmeno io che sono il dio della perspicacia riesco a rinvenire uno zampino divino in questa specie di paradosso metafisico, ma anzi, niente mi pare più caratteristico dell’opera dei poveri figli della terra, che non hanno più certezze e speranze oggi di quando si affidavano agli aruspici.
O ai rimedi naturalistici della medicina ippocratica, alla quale ci atteniamo – non si sa mai! noialtri dei, che infatti, se fosse compatibile con il nostro stato, creperemmo di salute – la quale prescriveva lunghe passeggiate, e il più possibile di vita ed esercizio fisico all’aria aperta, specialmente quando le difese sono chiamate in prima linea perché i rimedi farmacologici, come spesso accade, non giovano.
Non voglio nasconderti che, vedendo aggirarsi tra i rottami dei nostri templi quegli sparuti visi pallidi, mi è venuta la tentazione di far loro assaggiare l’ambrosia; ma mi sono trattenuto, per ammonimento di quanto è capitato a Titone, e per timore che questo bene si volgesse facilmente in male.

Dunque credimi, Giove non c’entra per niente, giacché, se si fosse travestito da mortale per insidiare una beltà terrestre, se questa era sposata sarebbe stato preso a schioppettate dal marito, costretto a stare rinchiuso con lei, oppure, se questa era nubile, si sarebbe beccato una multa salata prima di raggiungerla. Immagina che durante la mia missione ho incontrato Venere con i capelli scarmigliati, la veste e la cintura trasandata. Viaggiava su di un cocchio ricolmo di biglietti e cocci di invocazione di innamorati separati che invano si sono affidati a lei, che ci ha rimediato una figuraccia. E il peggio è che, nel viaggio di ritorno, sono passato vicino alla luna, e questa mi ha invitato a vedere quante ampolle di lacrime di amanti le sono state inviate, e quanta densa atmosfera dei loro sospiri si sia addensata nelle sue valli.

GIUNONE. Ti ringrazio, mi hai tolto un peso dallo stomaco, ma me ne hai aggiunto un altro: il pensiero di quei lemuri sbiaditi; che sono stati privati della realtà tridimensionale del mondo per smaterializzare le loro esistenze contate su fazzoletti traslucidi su cui hanno fiaccato la vista; che hanno visto passare e fuggire la rinascita del sole, la giovinezza dell’anno che li allieta della perdita irrimediabile della loro; che hanno dimenticato la profondità del cielo, la dolcezza del canto degli uccelli, la nenia dei grilli, la forza intensa dei colori, l’incanto dei profumi, la carezza del vento, la musica dei ruscelli; che hanno fiaccato e ammalorato i loro corpi, depresso i loro spiriti per non procurarsi e diffondere la morte; che, insomma, per fare la salute di tutti hanno ottenuto il malessere di ognuno. Compiango gli innamorati, cui è caduta dal sacchetto una delle poche pietruzze bianche che segnano le primavere della vita, i quali hanno perso un’occasione che forse non sarà più accordata loro di provare l’incanto di seguire abbracciati sull’erba nuova il volgere delle stelle tra il profumo dei lillà e dei glicini.

Ma ora dimmi, caro Mercurio, cosa vuoi in compenso del favore che mi hai reso, e di cui sono grata, giacché con Giove non basterebbero i cento occhi di Argo, come ben sai tu, che lo hai ammazzato.

MERCURIO. Nulla, sono pago della tua gratitudine, e di aver avuto modo di apprezzare un riflesso di umanità nell’insensibilità olimpica del tuo essere divino, e nello stesso tempo di aver scorto una scintilla divina del cuore umano, che si accende (benché soltanto in alcuni) quando, sentendola minacciata, insidiata e così fragile, insomma più ideale che reale, capisce la bellezza divina della libertà.

Ti saluto, ma voglio ancora dirti una cosa. Uno dei loro aedi ha cantato di un suo viaggio agli inferi, e il verso finale esprime il senso di liberazione dall’oppressione di un oltramondo sepolto, cioè di un mondo capovolto come questo (eppure nel suo caso l’oscurità è durata appena due giorni!), mediante il risorgere nello spazio aperto, ovvero col senso di appartenenza ad un orizzonte infinito che contiene il senso dell’umanità dell’uomo, che proprio per essere tanto limitato sente più intensa la sua aspirazione alla libertà, per quanto essa sia negata dai fatti, e impossibile:

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Un articolo di Fabrizio Corrado per i Santi Pietro e Paolo

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