E-lab-ora

Un’occasione di riflessione: appunti “apparentemente” sparsi per riscoprire le motivazioni alla base del fare e dell’ascoltare, ossia la teoria e la prassi che hanno informato e formato l’essere al mondo di tutti i passati umanesimi

17 aprile 2022 

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Hermatena,

Palazzo Farnese, Caprarola - 1573-1575

a) La conchiglia racchiude il suono primordiale imperituro e nasconde la perla della luce.
 

La necessità trattiene il tutto entro il limite, mentre la libertà suscita la bellezza che si sovrappone alla necessità avvolgendola nell’inganno, opera della verità, affinché la bellezza sia assorbita dal bene. 

Ma l’uomo non è prigioniero della necessità: è lui stesso la necessità, ovvero la legge di tutte le cose.

L’uomo ha pertanto un proprio modulo secondo il quale tutto l’universo è armonizzato per lui, e la cui natura contribuisce alla formazione del suo carattere. Sul pianeta terra l’uomo deve rispettare i veri confini determinati dalle caratteristiche dei territori e, amalgamandosi con essi per qualità e quantità, creare tutte le corrispondenze utili alla salvaguardia ed allo sviluppo del modello vita, che ogni singola nazione ha saputo instaurare nel luogo scelto, ritenendolo valido per la conservazione della propria identità.

Tutto ciò che l’uomo compie (iniziazione, matrimonio, sacrificio) esige un velo perché a compiersi è ciò che è già perfetto includente il velo stesso come sovrappiù idoneo a trattenere la fragranza delle cose; ma al di là del velo non c’è l’altro: il velo è già l’altro.


 

b) La cornice ha come funzione principale quella di contenere al loro posto i vari elementi in modo da formare un tutto ordinato.
 

Un tempo l’occidente era il luogo da scoprire in quanto la divinità vi si occultava per rigenerarsi.

Le genti che occupavano i promontori occidentali del continente euro-asiatico hanno esaurito il loro desiderio di “occidentalizzare” il mondo, spingendosi a confondersi con le genti orientali. Come gli occidentali possono rigenerarsi, a loro volta, essendo diventati oramai orientali per i loro discendenti?

A nostro avviso riscoprendo la propria tradizione, cioè a dire recuperando tutti i valori che hanno formato la loro unità sostanziale e spirituale nella diversità della molteplicità materiale.

I resti mortali delle antiche civiltà “pagane” ci aiutano a tenerci legati, ma sono poca cosa se non troviamo dove e con chi si sono rigenerate le scintille divine che li hanno animati. I fermenti della grande illusione delle variopinte teorie e prassi della cultura “gnostica” dove e con chi si sono mescolati e trasformati? La normalizzazione “cristiana” che affida per fede ad un Redentore la salvezza individuale dove e con chi andrà ancora a svilupparsi? La scoperta essenziale dell’umanità – che ha serpeggiato in modo più o meno evidente in tutte le culture – della sostanziale unità tra creatore, creature e creato, a quale livello di consapevolezza individuale e collettiva è pervenuta tuttora?

Possiamo ardire di ipotizzare che siamo vicini alla costituzione di una vera identità culturale capace di sviluppare la propria formazione permanente. Ciò può avvenire nel campo letterale (dove domina l’elemento terra che si riferisce letteralmente al nutrimento ed al “peso” inteso come energia fissata che dà impulso al movimento); nell’allegoria (dove domina l’elemento aria come diversificazione dei possibili ed elastici cambiamenti); nella morale (dove domina l’elemento acqua causa della purificazione ed allo “spazio” misurabile che accoglie e fissa per delineare le cose);  nell’anagogia (dove domina l’elemento fuoco causa dell’elevazione spirituale e al “tempo” inteso come successione numerabile generata dal movimento), se solo pochi e sconosciuti uomini ancora tentano di mantenere viva la luce della tradizione.

c) La luce protegge il nascosto e rende occulto l’evidente.

Aiutiamoci con l’immaginazione che è una facoltà conoscitiva intermedia fra percezione sensibile (estetica o sapere erudito) e percezione intellettuale (etica o sapere indefettibile), e per il tramite della fantasia che è una facoltà idonea a rappresentare le cose, tentiamo di indicare solo la via ed il viaggio lasciando che la visione delle cose sia di colui che avrà voluto vedere.

Il creato ha bisogno di avere spettatori? Senza spettatori a chi serve lo spettacolo della meraviglia del creato? La logica pone le domande, le emozioni provvedono le risposte; ma se invece sono le emozioni che pongono le domande, la logica è incapace di provvedere le risposte: sia che venga assunta una posizione umanista (Quidam Deus), sia che venga assunta una opzione nichilista (Vanitas vanitatum et omnia vanitas), abbiamo il dovere di non far morire l’amore (esistenza) d’oblio in quanto esso nasce dalla memoria e vive d’intelligenza.

d) Nel sonno è il Dio che guida, nella veglia è l’Uomo che guida.

L’infinito colpì con il suono del verbo il vuoto e fece scaturire la scintilla. Così il suono del verbo materializzò il vuoto e il verbo fu chiamato inizio (arché) essendo l’origine di tutte le cose, e la scintilla divenne semenza sacra del mondo: tutto l’Uni-verso creato dal Di-verso è sacro perché dotato di scintilla fecondante che presiede ogni Epifania spirituale e materiale.

Ma l’arché è anche il principio che governa e comanda.

L’inizio, quindi, è contemporaneamente fondamento e principio di governo di ciò che nasce, cresce e si sviluppa per essere veicolato e trasmesso tramite la storia.

Sia che si tratti di un essere, sia di una idea, sia di un sapere, sia di una prassi, l’inizio in ogni caso non è un semplice esordio che poi scompare in ciò che segue; al contrario l’origine non cessa mai di agire in tutto il processo creativo d’iniziare, di comandare, di governare ciò che ha posto in essere.

Esiste un nesso costitutivo fra l’origine di qualcosa e la sua storia: fra ciò che fonda (afferra), ciò che guida, ciò che governa (lega). Un qualsiasi tipo di potere non cade quando non è più o quando non è più integralmente obbedito, ma quando cessa di dare “ordini”. Fintantoché il potere dipende da un principio superiore c’è sempre qualcuno pronto ad ubbidire.

e) L’universo è simboleggiato da un libro aperto: carattere sacerdotale polare (nord), carattere regale solare (sud)

Usiamo il simbolo fondato sulle corrispondenze che esistono tra i diversi ordini della realtà per guidare il pensiero nell’ignoto dove la storia scopre la realtà spirituale con un metodo (via inusuale) che permette di conoscere i principi e le mutazioni della realtà materiale.

Gli esseri minerali, vegetali, animali portano i segni delle loro funzioni e delle loro attività (simboli). La natura, quindi, nelle forme sensibili (beni materiali) ha espresso in determinate misure con i simboli le regioni invisibili (beni immateriali) delle cose. Tutto ciò che appartiene all’universo sensibile può essere definito per trasparenza mediante un’immagine simbolica che lascia intuire il gioco mobile dei rapporti fra il simbolo e la sua causa.

Il simbolo diventa la cosa stessa o l’idea materializzata (astratta, concreta, funzionale) rappresentata da un segno che evoca una vera e propria realtà, ossia una causa con effetto ineluttabile. Un simbolo, pertanto, anche se scelto arbitrariamente s’impone perché evoca una forza, un complesso di pensieri che si proiettano su di esso, e tale proiezione, in seguito, continua a imporsi su di noi. Il simbolo è in definitiva un movimento che non prende in considerazione lo spazio-tempo.

Gli animali mitici, ad esempio, sono immagini sintetiche destinate a esprimere le funzioni causali o le potenze metafisiche che sono un enigma filosofico che attraverso le loro comparazioni espone gli elementi del problema posto dall’enigma. Ad esempio, il grifone composto da aquila e leone è l’essere che custodisce i tesori, oppure il serpente dotato di quattro arti e di due ali manifesta il principio regale.

È possibile, quindi, per l’uomo che è a conoscenza delle cause creare le condizioni naturali che provocano l’azione dello spirito sulla materia: ovverosia partecipare alla costruzione del processo creativo. Costruire una nave, una casa, un carro è la realizzazione di un modello cosmico.

f) Pro-durre significa portare alla luce la pietra scartata per porla come chiave di volta.

La tradizione attualmente si è ridotta ad un complesso di conoscenze e di azioni attorno alle quali l’uomo ha depositato le “scorie” della sua attività mentale e no, impoverendone ed offuscandone la primitiva qualità.

Come ritrovare la primitiva qualità della tradizione, supponendo che essa sia viva, ma non attiva; custodita, ma non perduta?

È necessario ricordare che, come le foglie, i fiori e i frutti sono la finalità dell’attività della radice, del tronco e dei rami, che l’albero usa come mezzi; così la qualità della tradizione (finalità) è espressione dell’attività materiale cultuale e spirituale (mezzi) dell’uomo, la cui azione si protrae nel tempo in modo indefinito.

L’uomo, purtroppo, sul piano del pensiero dove esercita l’intelligenza, come sul piano dell’azione dove realizza la sua volontà, non è veramente libero nell’uso del proprio libero arbitrio. Il suo pensiero non sarà interamente puro, né la sua attività perfetta: tuttavia, l’uomo può custodire integra la propria intelligenza e incrollabile la sua volontà per poter almeno riflettere e scegliere; cioè a dire confrontare i dati della conoscenza acquisita, valutare le situazioni che si presentano ed infine, vincendo l’indecisione, optare per una tra quelle ed agire seguendo la scelta in modo responsabile in uno stato di purezza dove inizia l’etica.

Ma l’uomo non sceglie una volta per tutte in quanto la sua è conoscenza sensoriale, nella quale le contraddizioni costituiscono una delle caratteristiche delle condizioni della vita stessa. Se da un lato l’attività intellettuale e la libertà possono essere considerati sinonimi di poche presenze di vincoli che diminuiscono con l’espandersi dello stato di coscienza; al contrario l’attività intellettuale e la libertà, sono da considerarsi sinonimi di poche presenze di vincoli, che aumentano con l’espandersi dello stato di coscienza, a causa della condivisione della legge divina, ovverosia deterministica adesione al progetto creativo.

Occorre trovare i sistemi di riferimento a cui agganciare la tradizione ritrovata, vitalizzando la presenza continua del passato, ovvero intessere un rapporto privilegiato con il tempo per ordinare e nobilitare qualsiasi azione quotidiana. La visione dell’agire umano oscilla tra la speculazione filosofica e una teoria corroborata da dati sperimentali: non facciamo quello che vogliamo, ma vogliamo quello che facciamo. All’arbitrio rimane qualche margine di libertà: ma si può vietare ciò che il “cervello” ha deciso?  Si accede, quindi, con una visione deterministica assoluta alla radice, per poi passare al tronco e infine ai rami della tradizione mondata dagli inquinamenti, resa fertile e pronta ad essere fecondata da azioni creative che producono le foglie, i fiori ed i frutti nati dai rapporti statici e dinamici tra Dio, l’Uomo-Dio, la Natura contribuendo al rientro nella spiritualità vera dello status di questo mondo che non può essere considerato definitivo.

g) Lo spirito soffia dove vuole e ridà la pienezza della virtù originale.

Nella storia dell’uomo si possono ravvisare diverse fasi: la prima fase dell’incoscienza e della totale soggezione alle leggi della natura. La seconda fase è quella che comincia quando un principio agente prende coscienza e s’instaura nell’uomo, e da qui nasce la ricerca, la religione, la storia, cioè a dire nasce la “tradizione”.

Ma come si può risalire all’origine della tradizione per continuarne, rinnovandoli, i valori? Riproponendo le condizioni per suscitare l’evento e comprendendo dove, quando, come e perché quel “particolare” uomo o gruppo o etnia ha potuto far nascere la tradizione, contemplata, comunque, “nell’ordine dell’unicità della realtà”.

La terza fase è quella dell’intuizione della struttura unica del creato, delle mutue relazioni tra i vari elementi attivi e passivi nella forma di legge primaria (principio creatore-fuoco/ vita), secondaria (binario-acqua/conoscenza), ternaria (equilibrio-aria) e quaternaria (cristallizzazione dello spazio, del tempo e della materia –terra).

Se l’energia è una, se il mondo è uno, se l’uomo è uno, se l’umanità è una, anche il suo destino è uno: scaturisce l’urgenza della ricerca dei mezzi per preparare l’evento. Da ciò si intuisce che l’Uomo-Dio, fin dal principio della sua creazione, è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale nell’universo dove deve chiamare altri esseri all’esistenza, non rimanendo solo per sperimentare l’arte dello stare insieme con Dio attraverso la Natura.

Nell’ambito delle leggi dell’universo all’Uomo-Dio è permesso di agire per costruire il proprio futuro (finalità), basato sul passato (inizio) e sul presente (mezzo), attraverso un’attiva partecipazione alla costruzione del mondo dove le conoscenze particolari di ciascuno devono essere rese comuni per la ricerca dell’unità del creato. L’uomo, quindi, diventa il centro del dramma dove si realizza la sua missione etica. L’antropocentrismo non è un’illusione ottica ma è una prerogativa del Diritto Divino.

h) L’arte deve ritornare ad essere un lusso, altrimenti scade a risorsa o, ancor peggio, a strumento salvifico.

La teogonia, la cosmogonia, l’antropogonia sono tra di loro collegate non per analogia allusiva, ma dalla parola “gonos” che indica la sostanziale identità dell’impulso per la vita sia di Dio, sia della Natura, sia dell’Uomo.

La teogonia (sorta di cognitio dei intellectualis) è intuibile, ma trasmettibile in rarissimi momenti con parole, spesso, povere se non equivoche; la cosmogonia è conoscibile in piccola parte fintantoché non troviamo i mezzi necessari e sufficienti per scoprire la sua finalità interagente fra Dio e l’Uomo; l’antropogonia è l’unica sperimentabile (sorta di cognitio dei experimentalis) anche se tuttora non è completamente definita.

Si può ipotizzare una visione antropogonica dell’universo a patto di fare un ulteriore passo oltre la “ignoranza” socratica. Al so di non sapere va aggiunto di non poter sapere con i sistemi cognitivi usati attualmente dall’uomo.

Dobbiamo tentare, quindi, di indicare di nuovo e meglio una via verso la conoscenza del sacro (fanum) liberati dai dogmatismi spesso camuffati dalla divisione, tutta apparente, fra potere politico e potere religioso.

Si può sfuggire dai labirinti, di varia natura e tipo, con l’aiuto delle ali per portaci via (e-ducati) a tra-guardare, consapevolmente, ulteriori conoscenze sull’identità della nostra umanità. Tale ricerca, che è la nostra stessa esistenza, quando non è oberata dai problemi più materiali e dai condizionamenti sovrastrutturali, potrebbe sfociare in ciò che viene comunemente chiamato mondo del sacro, che non può appartenere, in esclusiva, ad alcuno.

Altra cosa è il contatto con il sacro: cosa personalissima e invisibile dall’esterno, ma che può essere intravisto ed aiutato a farsi intravedere da un particolare albero, da una roccia da cui sgorga una fonte, da un essere che prega (la preghiera schiude orizzonti inaspettati a patto che non la si codifichi). Tali contatti possono essere fissati da ciò che noi chiamiamo monumenti, che non sono altro che la memoria (mne) nei suoi tre aspetti di rammentare, ricordare, rimembrare: componenti dell’identità dell’evento al di là della maschera materiale. L’in-canto della luce fissa il tutto – che si conserva modificandosi incessantemente - sia sul piano della quantità, legata alla molteplicità, sia sul piano della qualità, legata all’unità - mentre il di-sin-canto del suono lo scioglie. (Ulisse legato all’albero della vita)

Un inquietante interrogativo a questo punto s’impone. Chi percepisce una grande intuizione e la mette in atto è obbligato a tacere o può trasmetterla? Se la trasmette è condizionato a creare negli altri una formazione permanente affinché non corra il rischio di non essere compreso o peggio travisato. La formazione permanente, che provoca la cultura, nutrimento prodotto dalla sostanziale identità con l’ordine materiale e spirituale, mira alla crescita dell’uomo, secondo le sue capacità di apprendimento, ed alla sua trasformazione al fine d’impedirne la deformazione che lo indirizza all’emarginazione: da reliquia dell’universo a relitto. L’avvento di qualcuno trasformato e trasformatore, capace di far fare un alto di qualità è auspicabile per l’umanità il cui progresso storico è lo sviluppo di quanto è contenuto e tracciato, già, nello spirito di ogni singolo uomo.

i) Come l’immagine della cosa rappresenta la parola stessa che la designa, così assegnare il nome (catalogare) è conoscere la natura dell’essere.

La formazione di un cristallo avviene secondo angoli e direzioni determinate in base al sistema assiale che rappresenta l’idea della forma futura; in essa agisce la proporzione che è un principio, non solo il paragone di grandezze qualitative, in quanto determina la forma e conserva la continuità della forma stessa: essa appartiene all’armonia come rapporto tra misure, dove per misura s’intende definizione quantitativa di grandezze irriducibili e alla geometria che è una creazione continua di funzioni di numeri ovvero dei principi delle leggi dell’equilibrio.

Costruire significa: sia collaborare con lo spazio per imprimere il segno dell’uomo su una porzione di paesaggio che ne resta modificato per sempre, contribuendo alla sua lenta o veloce trasformazione, sia collaborare con il tempo nel suo aspetto di passato, coglierne lo spirito per conservarlo o modificarlo per un lungo avvenire.

L’arte è perfetta, ma la sua perfezione è suscettibile di varie modulazioni, quanto quelle di una voce pura, per racchiuderle in un numero sconfinato di creazioni entro la stessa sfera. Nel dipinto di Raffaello Sanzio, la scuola di Atene sono rappresentati sia l’unità dell’essere immanente e trascendente, sia la molteplicità del divenire amalgamati dalla prospettiva, che non è solo una riscoperta tecnica, ma è un quid che trasmuta l’uomo da soggetto osservante ad oggetto osservato.

Nelle fondazioni o rifondazioni, nelle qualificazioni o riqualificazioni delle città (luoghi dove si manifesta la luce, esclusivo appannaggio degli uomini e dove gli dèi sono invitati); nella composizione o ricomposizione dei confini del vero territorio di appartenenza delle città, occorre prendere, contemporaneamente, tre provvedimenti: trasformare le “scorie” materiali ed intellettuali in occasioni di crescita e sviluppo ordinato; ripristinare i valori simbolici delle “regali” leggi universali della natura- (il cardo e il decumano come ordine celeste del cammino del sole e l’ordine terrestre, ai solstizi ed agli equinozi, della successione delle stagioni, secondo la legge dell’analogia, nella loro correlazione devono essere inversi l’uno all’altro, di modo che il più alto dell’uno diventa il più basso dell’altro)- in ogni azione idonea a utilizzare, adeguatamente, le risorse materiali e concretizzare il reciproco senso di appartenenza alla civile società del gruppo, della comunità, della nazione; rinnovare la “sacralità” dell’incontro con il divino con il costruire nuovi “monumenti-” (dove è applicata, però, la legge dell’architettura, che è un’arte immutabile, nei suoi principi e nelle sue finalità, quando imita  il processo creativo che sottende la vita, di cui ne diventa la storia )-  e con il conservare, restaurandoli per renderli attuali, quelli precedenti aventi valore di memoria della tradizione, attivandone la qualità al fine di permette al singolo individuo ed all’intera umanità di partecipare e contribuire all’intero processo creativo.

Ma un luogo è sacro, un tempo è sacro, un alfabeto è sacro, una lingua è sacra, un rituale è sacro, una volontà è sacra, una azione è sacra solo per la capacità dell’uomo di renderli tali e per l’uso giusto che ne fa.

 

l)  Dormo, ma il mio cuore veglia (Cantico dei Cantici, V, 2)

Un articolo di Giuseppe Simonetta per il Passaggio