Il mito di Giasone e la conquista del “vello d’oro”

 

10 gennaio 2021 

Ogni mito dice qualcosa di diverso rispetto al semplice racconto avventuroso. Le prove di ogni eroe, le sue traversie straordinarie, nate dalla vis poetica degli aedi, rappresentano gli sforzi di ogni uomo per vivere e trovare il proprio posto su questa Terra, ma – al tempo stesso – dànno indizi sul modo di ri-trovare lo stato primigenio di un “tempo a-temporale” precedente la Caduta. 

  

Il cosiddetto “Monosandalos”, ossia il personaggio che ha un solo piede calzato, ha origini remote ed esprime - attraverso l’asimmetria verticale - la condizione dell’uomo in bilico tra la vita e la morte, tra Bene e male, tra un destino banale e uno “eroico”. Simbolo di un pericolo immediato (o di una serie di prove pericolose), è tipico del passaggio iniziatico.

 

Tracce della sua presenza si hanno nella mitologia greca a partire dal mito di Giasone, che perde un calzare nelle acque di un fiume, e sarà riconosciuto proprio perché monosandalos e perché “pre-visto” da una profezia.  Esempi simili sono le figure di Edipo[1]Melampo[2] e Filottete[3] come pure il mito di Efesto[4]; per non parlare di una situazione quasi analoga nella fiaba di Cenerentola[5].

 

Troviamo figure semicalzate in scene di flagellazione, in opere satiriche e in altre allegoriche. Ma abbiamo anche l’esempio di una delle Vergini Stolte affrescate dal Parmigianino nella chiesa di Santa Maria della Steccata in Parma. Queste si contrappongono alle “Vergini Sagge” e, perciò, si può ipotizzare che l’asimmetria verticale, senza più l’antico significato iniziatico, possa essere letta come il segno di uno squilibrio fisico, animico, spirituale: una devianza o una follia.

 

Il mito di Giasone è ritenuto più antico dei poemi attribuiti a Omero. Ma il suo riconoscimento (agnizione o “anagnosis”), che nell’antico teatro greco avviene alla fine di un’opera per districare la trama e svelarne le pieghe recondite, accade “al principio” del suo mito ed è il segno di una “diversità” immediatamente percepita come pericolosa.

 

Giasone, vestito con una pelle di pantera (come i seguaci di Dioniso), armato di due lance e con il piede sinistro nudo (a noi ben noto), è visto subito come una minaccia dallo zio Pelia, usurpatore del trono della città di Iolco che apparteneva al fratello Esone, padre di Giasone. La minaccia era stata vaticinata da un oracolo (“diffida dell’uomo monosandalos”) e, difatti, Giasone appena arrivato a Iolco rivendica il suo trono a Pelia.

 

L’usurpatore finge di acconsentire ma gli chiede una “prova”, cioè l’impresa eroica (degna di un re) di portargli il “vello d’oro” cioè il manto di lana d’oro dell’ariete alato Crisomallo, che aveva trasportato Frisso ed Elle (figli di Nefele, cioè la dea Nuvola) nella Colchide per salvarli dall’essere sacrificati a Zeus dal padre Atamante su istigazione della matrigna Ino.

 

Sfortunatamente, la giovane Elle cadde e annegò durante il volo sul mare (“Pontos”, in greco), che da allora si chiama Ellesponto, mentre Frisso giunse salvo nel regno di re Eete, sacrificò a Zeus l’ariete e ne donò il vello (o “tosone”) al Re, che in cambio gli diede in sposa la figlia Calciope. Eete consacrò il vello di Ariete ad Ares (Marte) e lo inchiodò su una quercia sacra, sotto la sorveglianza di un drago (forse “dai 100 occhi”, come il gigante Argo, che quando dormiva ne chiudeva solo metà). Il vello era prezioso perché di origine divina e perché guariva ogni ferita.

 

Giasone, che era stato allevato e istruito dal centauro Chirone[6], accetta la sfida. Consigliato da Atena-Minerva fa costruire all’eroe Argo con le querce “sacre” di Dodona, la nave che da lui prenderà il nome, la prima a solcare i mari nei miti greci, munita di 50 scalmi di rematori (un remo poderoso sarà spezzato nella foga dal forzuto Ercole) e di una prua capace di profetizzare.

 

Poi l’eroe chiama a sé, con un bando, la “meglio gioventù” dell’Attica. Subito accorrono 50 avventurosi (la metà dei 100 occhi del drago a guardia del vello d’oro). Tra di loro ci sono eroi, semidei e indovini; i più celebri sono Argo, Ercole, Castore e Polluce, Orfeo (che incanterà le sirene) più altri che si uniranno a lui nella ventina di pericolose tappe per mare e per terra. Il percorso terrestre, svolto in Libia portando in spalla la nave Argo, durerà 12 giorni.

 

Le 20 “tappe” di quest’opera “sovrumana” rappresentano forse le fasi della “Grande Opera” alchemica, così come le battaglie contro nemici umani o “magici” sono i passi del “Conosci te stesso” e di ogni cammino di elevazione spirituale. Per avere una forma di protezione “sacra”, tuttavia, già alla seconda tappa, sull’isola di Samotracia, gli Argonauti si fanno iniziare ai Misteri pre-greci del santuario di Efesteia[7].

 

Tra i nemici non umani che Giasone affronta alla settima tappa, ci sono le “rocce cianee” (o blu o “Simplègadi”), prima del Ponto Eusino, che cozzano fra loro e distruggono le navi dei “profani” e degli intrusi. Sono i “guardiani della soglia” pronti a bloccare il passo a ogni uomo non ancora “degno” di trasmutare in “candore” la propria “nerezza”. Giasone supera questo impedimento facendosi precedere tra le rocce da una colomba bianca, simbolo dell’“Opera al Bianco”, già noto dai tempi del Diluvio e dell’Arca di Noè. In fondo, tutte le tradizioni indicano le stesse cose 

 

Ma non saranno Giasone e i suoi compagni a impadronirsi del vello d’oro. Ci vorrà una donna, priva di scrupoli, la “maga” Medea, figlia di Eete, re della Colchide, nona tappa degli Argonauti. Sarà questa sacerdotessa dell’oscura dea Ecate, invaghitasi di Giasone, a fornire all’eroe alcune protezioni magiche per continuare l’avventura.

Il re Eete si finge disposto a dare il vello a Giasone, ma a condizione che egli aggioghi due tori, assai pericolosi[8], che con essi ari un terreno e vi semini dei denti di drago. Il drago, simbolo del “tempo ciclico” e della continua rinascita, qui gioca un ruolo minaccioso. Medea avverte Giasone del pericolo: dai denti di drago nasceranno giganti armati che lo uccideranno e suggerisce come ingannarli e farli sterminare fra di loro.

È sempre Medea, con le sue arti magiche – senza virtù eroiche e anzi sempre più disumana – a impadronirsi del vello addormentando il drago e fuggendo con Giasone e gli Argonauti. Medea arriva a rapire il proprio fratello Apsirto, a ucciderlo e a smembrarlo, gettandone in mare i pezzi, per rallentare la nave del padre e dei suoi armati che dànno loro la caccia.

Qui, il racconto si biforca: da un lato, il re Eete fa sosta sul Ponto Eusino, (decima tappa) per dare sepoltura al figlio e poi tornare nella Colchide, ordinando ai suoi armati d’inseguire i fuggitivi, pena la loro vita. Intanto Giasone e gli Argonauti percorrono il fiume Istro (Danubio) per giungere al Mediterraneo navigando sui fiumi Eridano (il Po) e Rodano, aggirando la Sardegna e approdando all’isola di Eea (11/esima tappa) davanti al Circeo, regno della maga Circe, zia di Medea.

“Medea”, miniatura tratta dal manoscritto “Des cleres et nobles femmes”,
primo quarto del XV secolo (attribuzione non confermata)

La maga Circe purifica Giasone, ma gli nega ospitalità, perciò l’eroe, Medea e gli Argonauti fanno rotta per il mare delle Sirene (12/esima tappa) dove, grazie al canto di Orfeo, si salvano quasi tutti poi passano indenni tra Scilla e Cariddi (13/esima tappa) e fra le “Isole erranti” (Lipari, 14/esima tappa) per poi raggiungere Kerkyra (l’odierna Corfù), regno di Alcinoo e dei Feaci.

 

In questa 15/esima tappa, gli Argonauti ritrovano un gruppo di Colchidesi inseguitori, i quali chiedono ad Alcinoo di riavere Medea per riportarla dal padre che la vuole punire. Alcinoo prende tempo, si consulta con la moglie Arete (cioè la “virtù”) e risponde che, se Medea è vergine, la restituirà al padre; ma, se non lo è, sarà considerata moglie di Giasone. Arete avverte i due che si affrettano a “consumare” per ottenere la condizione che poteva salvare Medea.

Mentre i Colchidesi si stabiliscono presso i Feaci, gli Argonauti riprendono il mare, ma una tempesta trasporta la nave Argo fino all’entroterra della Libia (16/esima tappa) e qui dovranno mettersi la nave in spalla per 12 giorni fino al lago Tritonio. Grazie al dio Tritone troveranno uno sbocco al mare e riprenderanno la navigazione verso Creta.

 

In questa 17/esima tappa, gli Argonauti sono minacciati dal gigante Talo, un artefatto di Efesto, invulnerabile e violento nella difesa dell’isola. Ci penserà Medea, con i suoi incantesimi, ad annebbiargli i sensi fino a che il gigante si romperà la caviglia, sede della vita che lo animava.

 

Alla ripresa del viaggio, sulla nave cala una notte opaca che solo un’implorazione di Giasone a Febo-Apollo riuscirà a diradare. Poco distante gli Argonauti scorgono un’isoletta delle Sporadi, che esssi battezzano Anafe (“Rivelazione”, 18/esima tappa), dove si fermano per offrire sacrifici al dio solare. Ma sull’isola manca l’acqua le libagioni vengono fatte con il vino, producendo ebbrezza e lazzi gioiosi fra i marinai e le serve di Medea.

 

Finalmente il viaggio riprende fino a Egina (19/esima tappa) e, costeggiando l’Eubea, Argo ritorna a Iolco (20/esima tappa), Giasone consegna il vello allo zio Pelia e se ne va a Corinto con Medea, dove consacra la nave a Poseidone.

 

Qui, è come se il mito si biforcasse di nuovo e ricominciasse con una 21/esima tappa, terribile. Medea trama per uccidere Pelia, convince le sue figlie a “bollirlo” per ingiovanirlo con un rito magico. La città di Iolco insorge davanti a simile nefandezza e caccia Giasone e Medea che si rifugiano a Corinto. Dopo una decina di anni tranquilli, Giasone comincia a stancarsi di Medea. Il re di Corinto gli offre in sposa la figlia Creonte. E Medea invoca gli dèi a testimoni del giuramento di fedeltà che Giasone vuole rompere, poi manda alla sposa una veste nuziale “magica” che dà fuoco a lei, al padre e a tutta la reggia. Non soddisfatta di questa vendetta, Medea uccide i due suoi figli avuti da Giasone e fugge in cielo su un “carro meraviglioso” donatole dal Sole.

 

Riflessioni e commenti

 

Anche se le fonti[9] non indicano mai che Medea abbia avuto un “piede scalzo”, la sua crudele diversità, la sua sete di sangue, crescono fino alla completa follia, tanto che Giasone sarà costretto a lasciarla, ma sarà troppo tardi. È come se l’asimmetria verticale che Giasone aveva all’inizio si sia trasmessa alla figlia del re della Colchide, follemente innamorata. Il “lieto fine” di Medea, forse un’aggiunta tardiva al mito, è arduo da spiegare con la morale di oggi.

 

Le “morali” dei miti e delle fiabe avevano almeno due livelli di lettura: per l’istruzione dei ragazzi (paidéia) e per la ricezione degli aspiranti mystes (iniziati) ai Misteri, piccoli e grandi. Ai ragazzi si doveva inculcare la prudenza nell’affrontare i pericoli della vita; agli iniziati, si facevano intravedere i processi di morte e rinascita.

   

Ho messo in grassetto i numeri delle tappe e mi è servito fino alla 12/esima (Pesci)per rimarcare le analogie con i segni zodiacali. La prima tappa è l’Ariete, cioè il vello d’oro, che è anche l’obiettivo di tutta la storia; la settima tappa (Bilancia) è quella delle isole Cianee che cozzano fra loro; la nona tappa è l’arrivo alla Colchide (Sagittario, cioè la mèta lontana); la decima tappa corrisponde al Capricorno, cioè alla realizzazione del proposito, sia pure nel modo nefando attuato da Medea. Le 8-9 tappe in più sono difficili da spiegare con analogie numeriche. Magari qualcuno trova una chiave “esposta in evidenza”.

 

C’è un simbolo ricorrente che riguarda il piede (uno-due o i suoi multipli): il calzare perso da Giasone, le quattro zampe del centauro Chirone, i quattro zoccoli di rame dei due tori furiosi (quindi sono otto zoccoli), la caviglia del gigante Talo, sede della vita infusagli dal dio Efesto.
Questo gigantesco artefatto compie tre volte al giorno il giro dell’isola e scaglia massi enormi sulle navi in avvicinamento. Come mai Efesto, perno dei misteri di Samotracia, torna così spesso?

 

Ultima osservazione: la nave Argo porta 50 eroi, come la metà degli occhi del drago Argo che, in un altro mito, sorvegliava la giumenta Io, per ordine di Hera-Giunone. La nave può profetizzare ma lo fa una volta sola per una situazione che gli Argonauti potevano capire da soli. Come mai?

La prua “apre” il mare per seguire la rotta, ma anche una prua “parlante” non può indicare la direzione da scegliere. Per far questo, abbiamo sempre il libero arbitrio.

Un articolo di Francesco Indraccolo

[1] Edipo, che significa “piede gonfio”, era stato esposto dal padre, il re Laio di Tebe, sul monte Citerone appeso per le caviglie. Il suo zoppicare, imponendogli l’uso di un bastone, gli rese facile l’enigma della Sfinge, ma lo obbligava anche a una camminata “ritorta” che lo portava indietro nel tempo fino al grembo della madre Giocasta.

[2] L’indovino Melampo, che significa “piede nero”, era stato dimenticato in fasce dalla nutrice sotto il sole.

[3] Filottete, abbandonato da piccolo su un’isola deserta, aveva una piaga inguaribile su un piede.

[4] Efesto, il divino fabbro zoppo, era nato dalla sola Hera per dispetto a Zeus e scaraventato giù dall’Olimpo. 

[5] Per Cenerentola, che perde una scarpetta allo scadere di un “tempo magico”, l’agnizione avviene con un lieto fine.

 

[6] Figlio di Kronos, Chirone, metà uomo e metà cavallo, era immortale. Maestro di medicina, aveva curato Achille alla caviglia al punto da renderlo “pie’ veloce” ed era stato anche maestro di Ercole.

[7] Questi misteri “pelasgici”, rimasero invariati, anche nella lingua, dopo la conquista greca e fino al III secolo d.C. Vi si celebrava la dea Elektra, la “Raggiante”, che si unì a Zeus e partorì tre figli: Dardano, Eetione e Armònia (sposa di Cadmo, re di Tebe). I culti, segreti, si tributavano ai discendenti dal dio Efesto-Vulcano, maestro di metallurgia.  

[8] Questi tori, feroci doni del dio Efesto, hanno zoccoli di bronzo, soffiano fuoco e non sono mai stati aggiogati.

[9] Gli Autori più importanti sono stati Apollonio Rodio (III secolo a.C.), che ha scritto le “Argonautiche”, e Apollodoro di Atene (II secolo a.C.) che ha lasciato genealogie di dèi e di eroi.

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