Uno sguardo nell'incantesimo della tredicesima luna

20 luglio 2020 

"Al centro del mondo c’è un luogo che sta tra la terra, il mare e le regioni del cielo, al confine fra queste regioni.

Da lì si scorge tutto quello che accade in qualunque posto, anche nel più remoto; lì arriva ad orecchie in ascolto, qualsiasi voce.

Vi abita la Fama.

Essa si è fatta una casa nel punto più alto, una casa alla quale ha aggiunto infinite entrate e mille fori, nella quale non ha sbarrato nessun vano con una porta.

Notte e giorno è aperta questa casa. È tutta in bronzo sonoro, vibra tutta e trasmette le voci e ripete ciò che sente.

Non c’è quiete dentro, mai silenzio da nessuna parte; e tuttavia non è un clamore, ma un sommerso brusio, come quello che fanno le onde del mare se uno ascolta da lontano o come gli ultimi brontolii dei tuoni quando Giove fa rimbombare le nubi nere.

L’atrio è sempre affollato; un via vai di gentuccia leggera.

Mescolate a voci vere, migliaia di voci false vagano di qua e di là, blaterando confusamente; alcune di esse riempiono di chiacchiere le orecchie sfaccendate, altre diffondono altrove le cose sentite narrare, e la dose delle invenzioni cresce a dismisura ed ognuno aggiunge qualcosa di suo.

Lì trovi la credulità, l’incauto errore e la gioia immotivata e gli sbigottiti timori, e la sedizione improvvisata ed i sussurri di incerta origine.

Lei, la Fama, vede ogni cosa che si fa in cielo e in mare e in terra, e indaga sul mondo intero."

(Publio Ovidio Nasone, 43 a.c - 18 d.c. Metamorfosi, XII, 39 - 63)

Per essere degni ospiti della Fama occorre almeno possedere la donna più bella del mondo, Elena (l’ingannatrice): per conquistarla o riconquistarla val la pena correre rischi; poi, presi da ammirazione davanti alle cose del mondo, possiamo ottenere quella condizione di anapausis, conseguente alla conquista della bellezza, ottenuta tramite una eversione, un abbattimento degli schemi convenzionali, un contatto.

La bellezza si sovrappone alla necessità velandola per essere assorbita dal Bene, ma il velo pur nascondendolo, lo svela.

 

La bellezza, quindi, colma una carenza nel temporale del vero, dell’ignoto, della simmetria, della proporzione, dell’euritmia, dell’armonia, del suono, della luce, della figura, dello ius.

E’, in definitiva, un desiderio di verità che si incarna in un pensiero che per conservarsi muore e simultaneamente si ricostruisce come altro.

Il soggetto pensante, l’intera umanità non il singolo individuo, non è altro che l’oggetto pensato ed in ciò si riconosce la umanizzazione di ogni cosa operata dalla cultura umanistica occidentale di natura mediterranea.

La cultura mediterranea, stabilendo che tutto ciò che è materializzazione dell’energia spirituale è a sua volta emanazione della divinità con la quale si identifica, ha saputo individuare e perfezionare i concetti di suono come parola fatta avvenimento; di luce come vita; di spazio come posizione (geografia), misura (geometria), figura (geodesia); qualità come essenza e varietà,  gravitanti su di un “punto inesteso” -  di tempo in  contatto  con l’immagine che ha vita  perché ne riflette il modello,  il tutto gravitante  “sull’immisurabile istante”.

La cultura occidentale, pertanto, ha reso possibile l’attuazione di un ordine, idoneo per la coesistenza pacifica degli uomini e degli dei.

Gli esseri umani possono arrivare a concepire verità inalterabili attraverso la conoscenza operativa dove l’esperienza diventa qualcosa di più delle stesse categorie di sostanza, qualità, quantità, relazione, spazio, tempo, posizione, condizione, azione, emozione delle cose (res) che, essendo armonizzate dalla capacità sociale degli uomini, influiscono sul controllo del territorio, basato essenzialmente sul reperimento “dell’acqua”, sul riparo “dall’aria” e sulla  custodia “del fuoco”, e anche sulla genetica,  condizionata a sua volta dalla vita di nutrizione spirituale connessa con la vita di nutrizione materiale.

La cultura, in definitiva, deve rendere possibile che sulla terra si attui “l’ambiente spirituale” dove si svolge la creazione che rende la realtà sensibile uno specchio magico dove si crea e si realizza il simile.

Nella abitazione della Fama può entrar anche ogni eroe che ha raggiunto l’immortalità, al pari di Ercole (colui che è stato dedicato ad Hera – Giunone), penetrato con l’aiuto del titano Atlante nel paradiso celeste da occidente, nel giardino delle Esperidi dove alligna l’albero della conoscenza, visto che l’entrata da oriente, dove è posto l’albero della vita, è diventata “utopica” per la guardiania dei due Cherubini.             

E se abbandonassimo l’idea di diventare eroi immortali e l’umanità si accontentasse della dozzina di eroi che comunque la storia gli ha concesso?

L’immortalità può essere raggiunta, ma a un prezzo altissimo, oppure potremmo fare come Ulisse che rinuncia all’immortalità promessa da Calipso per gustare, da uomo “renatus,” per la conoscenza acquisita, la vita terrena rappresentante la sola realtà possibile nel sistema quaternario in cui operiamo, in quanto non vi è cosa migliore di essa.

Ed allora potremmo, da semplici e veri uomini, entrare nel palazzo della Fama, a condizione di valutare profondamente l’idea Aristotelica di essere animali sociali.

L’essere umano non è un “animale più”, mentre l’animale non è un “uomo meno.”

la Chimera di Arezzo – bronzo – 401 a .c. 

L’uomo in quanto essere duplice- o un insieme di due - è naturalmente sociale perché si deve continuamente relazionare con l’altro da sé che è legato al bene dell’uno.

La vita quindi non è una partita di scambi fra potenze visibili e invisibili, ma certezza nel guardare consapevolmente la luce fecondante e nell’operare con, per ed in essa.

Non siamo solo essere bruti composti di corpo e di anima soggetti esclusivamente alla legge binaria, ma individui soggetti anche alla legge ternaria composta da corpo, anima e spirito.

E con Eraclito, diciamo che il vero enigma dell’essere non è come lo stesso ordine del tutto si manifesti nel cambiamento, ma il fatto che questo cambiamento avvenga.

La qualità (essenza e varietà) dell’essere umano è il possesso della parola, che è triplice come la divinità che gliela ha concessa. Questa triplicità è stata magnificamente rappresentata dal simbolo della chimera, come un principio che ha una forma inseparabile dalla sostanza che le è propria.

La chimera può rappresentare, sul piano della realtà mitologica, la dea Hera a simboleggiare le tre fasi della luna; sul piano alchemico, i tre elementi costitutivi della materia -zolfo, mercurio e sale-; su quello astrologico, il sole, la luna e saturno; cristianamente, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Tria capita, una mens.

Tutto diviene dogma come oggetto che viene misurato e non più come misura incondizionata.

Adoperiamoci ad attuare il nostro paradiso terrestre, che chiameremo Arcadia, osservando, immaginando, costruendo per comprendere sia la nascita e lo sviluppo dell’azione spazio-temporale nella storia, dove il progresso storico è lo sviluppo sempre più chiaro di ciò che è contenuto e tracciato dalle azioni dello spirito umano, sia la nascita e lo sviluppo della scienza, dell’intelligenza, e della operatività per la storia.

Tutte sono intrise di ragionamento, linguaggio, fantasia, immaginazione, intuizione, intersoggettività, chiusure paurose, valori provvisori e quanto altro serva a costruire la cultura individuale e collettiva.

Occorre trovare durante il cammino la strada giusta per preparare una società civile, portatrice di luce, capace di creare una trasformazione ordinata della umanità, se non si vogliono provocare continuamente confusioni che istigano i soliti “riformatori”.

Bisogna dotarsi di un metodo di riferimento capace di strutturarsi continuamente con duttilità attraverso l’attivazione di una comunità pensante ed agente, la più ampia possibile che, nel fare facendo, si adoperi a far diventare avvenimento sia lo sviluppo della formazione permanente come somiglianza della crescita fisica e metafisica di ogni essere, sia il riconoscimento continuo della mens antiqua operante nella umanità, ovverosia la continuità della tradizione, che altro non è che la parola di Dio.

Sogniamo di costruire il tempio della terra (Roma), luogo incorporeo della dimora di una “presenza” e luogo spazio-temporale dove si estende la creazione da conservare come ambiente spirituale sino al più basso gradino.

Noi esseri umani, espressione di un contesto nascosto, velato dalla bellezza, siamo come una rete, immersa nell’onda, che non riesce a far suo elemento. Se il flutto si estende, la rete si coestende, ma solo fin dove le è possibile, perché ognuna delle sue parti non può trovarsi se non là dove si trova e da dove non può più uscire.

Il mondo, e noi con il mondo, ci adagiamo in seno all’anima e nulla di essa ci è negato, come nell’onda.

Al pari di Enea, anche se abbiamo saputo costruire il nostro Paradiso Terrestre, la nostra Arcadia, da esuli vogliamo, possiamo e dobbiamo ritornare nella nostra vera patria.

Quando avremo compreso e degnamente vissuto il mistero della nostra umanità ed anche, fra tantissimo altro, scoperto che ci sono ben tredici possibili configurazioni per ogni forma, ognuno di noi potrà annunciare:

Et in Arcadia ego.

Guercino - Et In Arcadia Ego, 1618-1622 

Un articolo di Giuseppe Simonetta per i giochi in onore delle Vittorie di Giulio Cesare

Eufánio è un'iniziativa editoriale della Fondazione Templum Telluris
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