Inquietudine, equivocità, speranza e coraggio 

alla Festa del Lavoro 2020:

qual è la scelta necessaria per un futuro più giusto?

1 maggio 2020 

Questo primo maggio le piazze resteranno deserte, così come da settimane sono vuote le officine, le botteghe, i laboratori, gli uffici, i cantieri, le cucine, i negozi, le scuole, grembo pulsante delle città dove si produce il benessere e la crescita della comunità, ma ciò non vuol dire che oggi non si debba ugualmente onorare la festa. Anzi, a maggior ragione, questo è il giusto tempo per seminare idee che abbiano la forza di comprendere e armonizzarsi all’ordine delle cose e su quello indirizzare la nostra operatività, che già da lunedì verrà incanalata nelle molte attività che riprenderanno il loro corso e nei tanti individui che saranno nuovamente messi nelle condizioni di lavorare per il benessere materiale e spirituale di sé stessi, della nazione e dell’Europa.

 

È con questo spirito che abbiamo invitato a un dialogo il Segretario Generale della Cisl, Annamaria Furlan.

 

‪Segretario, il primo maggio è una festa laica, consacrata alla memoria delle battaglie per i diritti dei lavoratori, e al tempo stesso è una festa religiosa, nel nome di Giuseppe, eletto dalla Chiesa patrono dei falegnami e dei carpentieri. E per la Cisl, cosa rappresenta? Come giudica questo singolare ‪primo maggio che ci appare come un cardine tra il passato e il futuro? 

 

Il Primo Maggio è sempre stato per il Sindacato, e per la Cisl in particolare, un momento di impegno sociale, di solidarietà e, soprattutto, di speranza di un cambiamento per il mondo del lavoro. Lo è ancora di più quest’anno, per la situazione drammatica che stiamo tutti fronteggiando. Far ripartire il paese con sicurezza, equità ed unità: questo è per noi oggi il significato di questo ‪Primo Maggio.  Non ci saranno cortei, manifestazioni, comizi nelle nostre città, come è già accaduto il 25 aprile. Ma non mancheranno le testimonianze, gli esempi concreti di solidarietà, lo sforzo di unità che sta facendo il nostro paese in queste settimane terribili, costellate purtroppo da lutti e dolore per migliaia di famiglie. Il lavoro di tanti medici, infermieri, di tutti coloro che hanno assicurato servizi e beni essenziali ai cittadini in queste settimane difficili: questa è l'immagine responsabile e positiva del paese, l'emblema di questo ‪Primo Maggio. Non ci stancheremo mai di ringraziare queste persone generose, che meriterebbero molto di più dalle Istituzioni e dalla società. Dobbiamo tutti far tesoro del loro esempio, della loro umanità, del loro coraggio per cambiare il nostro paese, per farlo ripartire su nuove basi di giustizia sociale, obiettivi di crescita economici, ideali di integrazione.

 

I medici e gli infermieri curano il virus in campo sanitario. È ravvisabile però una malattia endemica ancora più grande che sta disgregando da tempo la relazione tra i singoli individui, il sistema che collega il singolo alla comunità, e il rapporto con i territori. Si tratta, in estrema sintesi, di un fenomeno di perdita della cultura, che oggi simbolicamente ha preso forma nel vuoto, rappresentato da ciò che (non) vediamo fuori le nostre case. Un vuoto che, a prescindere dal coronavirus, ha contagiato l’individuo che non si riconosce più nell’appartenenza a un sistema sociale, economico e politico. Si può sanare ora quest’assenza per trasformarla in partecipazione?

 

È vero. Bisogna reagire a questo grande vuoto esistenziale. Proprio in questi giorni ricorre il settantesimo anniversario della nascita della Cisl. Ecco, fin dalla sua nascita, la Cisl seppe indicare ad un paese uscito a pezzi dal conflitto mondiale, la strada della rinascita civile e delle necessarie riforme economiche e sociali, ponendo al primo posto i diritti della persona, la dignità e la sicurezza del lavoro, la partecipazione, la costruzione dell’Europa, l’unità tra Nord e Sud, l’inclusione sociale, la lotta alla povertà. Sono i grandi valori morali e culturali del cattolicesimo sociale che rappresentano una parte importante delle nostre radici ideali e culturali. Questa fase può e deve diventare una opportunità per cambiare in meglio il nostro paese.

 

È d’accordo che questa inquietudine che si respira, pensando a un futuro che sembra far sprofondare sempre più il mondo del lavoro in una spirale regressiva, lungi dal sedarla, potrebbe rivelarsi invece come il carburante necessario per riaccendere la scintilla che ci ha resi grandi nel passato? Ma che questo potrà realizzarsi solo a patto che tutte le componenti della società si impegnino ora nel necessario approfondimento culturale, sotteso ai rispettivi ruoli, per individuarne il comune denominatore che permetterà la crescita umana e sociale?

 

Nulla sarà come prima dopo questa emergenza. Anche le parti sociali sono chiamate ad una sfida decisiva. Dobbiamo siglare accordi innovativi con le aziende per produrre in ambienti più salubri, in coerenza con il protocollo nazionale sulla sicurezza; cambiare radicalmente il modello organizzativo del lavoro; modificare gli orari; diffondere sempre di più lo smart-working; utilizzare le nuove tecnologie, in tutti i settori, per salvaguardare la salute delle persone, senza danneggiare la qualità e la produttività. Se faremo tutto questo, possiamo trasformare questa sciagura in una opportunità per il paese. Ma avremo bisogno di più partecipazione alle decisioni, più coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte produttive e gestionali delle aziende. Bisogna uscirne tutti insieme con una risposta collettiva per costruire una società più inclusiva e senza barriere, a partire dal regolarizzare subito il lavoro di tanti migranti, sfruttati dal caporalato e dalle mafie.

 

Il lavoro accomuna tutti perché può essere definito quel processo di formazione permanente che mira a stabilire, accrescere o ripristinare, congiuntamente alla salus dell’individuo, la salus della cultura, che è il fattore di base dell’identità del popolo, senza la quale non si ottiene sviluppo armonico nella civiltà. E se dunque è il lavoro a riportare in salute la cultura, cosa occorre per recuperare oggi la salute del lavoro? 

 

Guardi, io penso che dobbiamo far tesoro delle parole di Papa Francesco: “la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre priorità”. Bisogna ripartire davvero dal valore unificante del lavoro. Il lavoro tiene assieme le storie di diverse generazioni, accomuna le diverse aree del paese, e introduce la causa solidale al di là del colore della pelle delle persone, della loro religione, della loro cultura. Ma per fare questo abbiamo bisogno di un nuovo ordine mondiale, di una economia di mercato che sappia conciliare capitale e lavoro, che valorizzi il ruolo centrale e la dignità della persona. Bisogna uscire da questa economia iperliberista, nelle mani di una finanza senza regole e della speculazione selvaggia. Dobbiamo ripensare il ruolo dei servizi pubblici, investire di più nella sanità pubblica, modificare il nostro stile di vita. E abbiamo bisogno, soprattutto, di investimenti pubblici per garantire l’occupazione, più mezzi e uomini per rafforzare il sistema sanitario, sbloccare tutti i cantieri, far partire una grande modernizzazione del paese nel settore delle infrastrutture materiali e immateriali; nella formazione, nella ricerca, nell'innovazione, nel digitale, nella tutela del territorio, dell’ambiente e dei beni culturali. Bisogna cambiare in meglio la nostra società. 

 

Spesso però il meglio per qualcuno può divenire il peggio per un altro, e viceversa. Riflettendo a fondo sul concetto di lavoro, infatti, ne emerge l’equivocità di fondo: da un lato è l’unica speranza effettiva di miglioramento del patrimonio individuale e collettivo; dall’altro mantiene in filigrana il retaggio biblico della condanna esistenziale. Cosa bisogna fare oggi per trasformare una polarità nell’altra? In altri termini, come intervenire per comporre le finalità divergenti sottese al concetto di lavoro?

Noi pensiamo che la persona si realizzi attraverso il lavoro; un lavoro che però deve essere stabile e soprattutto sicuro. Nel nostro paese ogni giorno in media tre persone muoiono sul lavoro. Il 10% sono stranieri, soprattutto edili, operai dei porti, della logistica, della chimica, delle aziende agroalimentari, giovani e anziani. Una lenta morte collettiva, silenziosa, incrementata dalla precarietà, dai mancati investimenti in sicurezza, dall'omissione di controlli. In nome spesso del profitto ottenuto sulla pelle dei lavoratori. Come avviene a quei giovani fattorini della "gig economy" che, sottopagati e senza alcuna tutela, sfrecciano in bici per le strade delle città europee, carichi di pizze ai ritmi serrati imposti dai computer che somministrano loro mansioni e ne monitorano le prestazioni. No, non ci piace questo modello di sviluppo dove c'è tanto sfruttamento, negazione dei diritti umani essenziali e della dignità della persona. Il sistema va cambiato con norme legislative chiare, con le giuste garanzie della contrattazione tra azienda e sindacati, con più partecipazione e protagonismo dei lavoratori nelle scelte delle imprese. Anche il sindacato deve fare di più: denunciare gli appalti al ribasso, l'eccesso di esternalizzazioni, pretendere il rispetto integrale di tutte le norme sulla sicurezza. C'è bisogno di vincoli, garanzie, di discutere sui carichi eccessivi di lavoro e di straordinari, contrattare il lavoro festivo e domenicale, eliminare o ridurre al minimo i rischi per la salute.

Jean Colombe, miniatura (1489), Très riches heures du Duc de Berry (f. 95)

Nella cornice della scena l’incipit del salmo 30: Ringraziamento dopo un pericolo mortale

“Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato e su di me non hai lasciato esultare i nemici”. 

E’ nei momenti difficili come quello che stiamo vivendo, che diventa ancor più necessario che qualcuno si assuma la responsabilità di tenere viva, in modo credibile, la luce della speranza: non quella rimasta chiusa in fondo al vaso di Pandora dopo la fuoriuscita di tutti i mali del mondo, ma quella intesa come visione intuitiva del futuro che ci spinge, consapevolmente o meno, ad agire affinché nel fine perseguito dalla singola vita, l'intera umanità riconosca e persegua il suo stesso fine. Non dobbiamo più permettere che in suo nome si rimandi al domani ogni cambiamento per rimanere invece immobilizzati nell’ancien regime. Cosa si deve fare per rilanciare la forza della speranza e contrastare l’ipocrisia della reazione?

Oggi nessuno può farcela da solo. Occorrono strategie sistemiche, convergenti, coordinate poiché l’attacco è totale, alla vita ed alle forme di vita, alle strutture economiche, sociali, culturali del mondo, già messe a dura prova dall’emergenza ambientale, dalla caduta demografica in molti Paesi avanzati, dalla transizione dell’economia digitale e dell’intelligenza artificiale. Bisogna uscirne tutti insieme con una risposta collettiva non con il sovranismo o i nazionalismi miopi. Abbiamo bisogno di una nuova Europa Solidale, di un nuovo piano Marshall, come avvenne dopo la guerra. Per questo la Cisl ha predisposto un Manifesto in cinque punti nel quale abbiamo indicato a tutte le istituzioni ed alla politica le priorità per aprire una vera fase Costituente per una nuova Europa sulla scia dell’appello di Mario Draghi. Se i cittadini dovessero vedere una Europa cieca, sorda, egoista, assisteremmo alla fine del sogno europeo. Siamo d’accordo che la crisi non può essere affrontata con il vecchio schema del compromesso o dell’immobilismo dettati dal gioco degli apparenti interessi nazionali. Dobbiamo assolutamente scongiurare il rischio di una implosione del progetto europeo.

 

Purtroppo, la sensazione è che la moneta che più scarseggia al momento, in Italia come in Europa, non è l’euro ma il coraggio. Coraggio che significa in primo luogo fiducia in sé stessi, poi lungimiranza, solidarietà, entusiasmo, forza propositiva. Il coraggio anche di fare scelte impopolari e andare controcorrente. Cosa possibile solo se ogni individuo si riconosce nell’appartenenza all’umanità, unico popolo sparso sulla terra, e nel perseguimento di obiettivi unitari che non possono che essere condivisi. È il momento di purificare e incanalare verso questo sentire comune, nel rispetto delle reciproche differenze, le intenzioni e le azioni di tutti i lavoratori, favorendo ovunque la connaturata vocazione italiana all’eccellenza, affinché sgorghi dalla dura roccia delle consuetudini l’acqua zampillante della virtù e della creatività umana. In quali ambiti e da parte di chi, a suo avviso, oggi ci si deve aspettare maggiormente uno scatto e un riscatto?

 

È sicuramente auspicabile che ci sia questo riscatto della creatività umana. Così come è auspicabile una vera democrazia economica con una partecipazione dei lavoratori al capitale delle aziende ed anche alle sedi dove si decide il destino di queste aziende. Per questo io credo occorra ripensare il nostro modello capitalistico, perché avremo bisogno di più coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte produttive delle aziende. Questa fase della nostra storia può diventare una opportunità per estendere la democrazia economica in tutti i luoghi di lavoro. Si deve puntare a uno sviluppo industriale compatibile con la tutela dell'ambiente e con il benessere delle comunità, senza contrapposizioni ideologiche, populismi, ritorni antistorici al passato. 

 

Quale scelta è dunque la più necessaria e urgente per costruire un futuro più giusto per l’umanità? È d’accordo nel dire che bisogna liberare il passato dall’inibizione, generata dagli ostacoli che ci hanno bloccato, e il futuro dall’ansia di non riuscire a farcela, per guardare insieme verso il punto più lontano all’orizzonte, quell’occidente dove cala il sole e che da sempre è ispirazione e meta di tutti gli uomini che si riconoscono nelle idealità di Ulisse e di tutti i suoi compagni “fatti non a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza?”

 

Io penso che sì, bisogna guardare al futuro con fiducia e coraggio. La Cisl ha contribuito a costruire l'Italia democratica, rifiutando la demagogia, l’antagonismo sterile ed il populismo ma cercando sempre di coniugare gli interessi dei lavoratori con quelli generali del Paese. Oggi possiamo dirlo senza enfasi: la Cisl ha vinto questa sfida, delineando un rapporto nuovo tra Stato e sindacato, una “collaborazione” virtuosa in piena e perfetta autonomia dalla politica e dai partiti, autonomia di iniziativa e di programmazione per la soluzione dei problemi economici e sociali. È il ruolo di mediazione essenziale che il sindacato italiano ha esercitato in tantissime vicende economiche del passato fino ai recenti protocolli di queste settimane con il Governo e le imprese per estendere a tutti i lavoratori gli ammortizzatori sociali, affrontare con misure straordinarie le conseguenze economiche e sociali del coronavirus. Significa, da una parte, stare con una contrattazione moderna e partecipativa in tutti gli ambiti lavorativi ed in tutti i processi aziendali. Ma, dall'altra parte, significa essere in campo con proposte concrete sulle questioni dello sviluppo, della politica industriale, della redistribuzione equa della ricchezza. Guidare le trasformazioni del paese. Questo è il ruolo indispensabile del sindacato anche in questa fase grave e difficile che stiamo attraversando. 
 

Il Sindacato dunque vuole, può e deve assumersi, oltre al ruolo istituzionale che già lo qualifica, il compito trainante – insieme ad altri che fanno della cultura umanistica il loro vessillo - di ricomporre la società attuale oramai polverizzata, affinché una volta riformata possa indicare le scelte politiche ed economiche idonee al vero sviluppo materiale e spirituale dell'umanità per il ventunesimo secolo?
 

Io credo che ci sia ancora tanto bisogno di sindacato nella società attuale, per ridurre le diseguaglianze, dare una prospettiva ed un futuro ai giovani, costruire una società più giusta ed equa. Bisogna contrastare la solitudine delle persone, quel senso grave di frustrazione che c’è a causa della disoccupazione, la povertà, la carenza di servizi sociali, spesso a causa di politiche di tagli e di rigore che hanno caratterizzato gli ultimi venti anni. Questa è la ragione perché abbiamo deciso di impegnarci nelle periferie urbane e del lavoro, attraverso un impegno chiaro, quotidiano, concreto di tutto il gruppo dirigente. Sappiamo che anche la criminalità si annida nella povertà, si nutre oggi delle diseguaglianze crescenti nel paese, come ha certificato l'Istat. È un errore pensare che la lotta per la legalità sia cosa diversa e separata da quella per la crescita sociale, per gli investimenti e per lo sviluppo economico. È un problema culturale, di rispetto per la dignità del lavoro che va difeso in questa società sempre più globalizzata ed individualista. Il tempo di questa lotta è unico. Il lavoro è ciò che rende liberi, anche dai ricatti della malavita, e che rende davvero la persona completa, le permette di esprimersi e di contribuire al bene comune.

 

Ringraziamo il Segretario della Cisl Annamaria Furlan per questo dialogo attraverso il quale ci rinnoviamo nella consapevolezza della necessità di dare vigore, attraverso il lavoro, alla cultura dell’uomo per l’uomo, troppo spesso mortificata e prevaricata da ingordigia e incompetenze, perché torni a guidare tutte le nostre azioni.

 

Un articolo a cura di Fulvio Benelli, Stefano Giannuzzi, Laura Gigli, Giuseppe Simonetta

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