Utopia e Ideologia

6 luglio 2020 

Uno dei segnali più inquietanti che una cultura possa manifestare è l'impoverimento o il totale annullamento del valore semantico di quelle parole che, veicolando concetti semplici presenti in ogni società e cultura, vengono richiamati nelle situazioni salienti dell'esistenza. Con la nascita del positivismo ottocentesco e il predominio della conoscenza scientifica ha preso forza una consuetudine pseudo-culturale che pretende di sbarazzarsene perché richiamano un passato da cancellare o perché inadatte per un futuro che si vuole costruire quasi in laboratorio. E così le macro-categorie di "bene", "male", "spirito", "anima", ecc., estromesse dall'uso quotidiano, restano relegate in qualche libro per essere studiate, proprio come vengono studiati i fossili.

 

Recuperare può essere molto difficile perché "non è forse vero che più ci si allontana da un oggetto più questo scompare dalla nostra vista e che se ci si scosta da una cosa con la quale si è avuto un legame, questa esce insensibilmente dalla memoria al punto che è difficilissimo, per non dire impossibile, riprenderla con lo stesso gusto e con lo stesso ardore iniziale?" Così si legge in un trattato francese del 18mo secolo, scritto poco prima della rivoluzione, dove si deplora l'allontanamento degli uomini dalle cose sacre, sempre meno sottesi all'ordine metafisico e ancor meno desiderosi di riconnettervisi.

 

Una cultura secolarizzata, come quella attuale, non ha gli strumenti per giudicare con cognizione di causa quei termini e prendendone sbrigativamente le distanze non fa che accelerare l'estinzione dello "ardore iniziale". Eppure, per secoli lo stato di coscienza collettivo, se così si può dire senza suscitare fremiti di materialistico sdegno, si è nutrito proprio dello stretto contatto con la realtà metafisica, producendo tutta la conoscenza che ancora oggi dovrebbe sostenere la cultura occidentale.

 

Per sintetizzare il processo in atto e parafrasando un racconto mitologico, si può dire che Materialismo, figlio occulto del secondo Adamo, dopo millenni di tentativi, è riuscito a liquidare tutta la tradizione facendola ritenere inadatta a sostenere il cosiddetto progresso. Per raggiungere questo scopo si è unito con Fede, generando due figlie, belle e piene di fascino, Utopia e Ideologia le quali si adoprano incessantemente per sviluppare la paterna missione, nonché fornire lo sfondo dove proiettare l'illusione metafisica delle rispettive proposte; così, lo stato di coscienza collettivo degrada sempre più ad opera della truce famigliola.

 

Secondo il sociologo K. Mannheim (1893-1947), "una mentalità si dice utopica quando è in contraddizione con la realtà presente"; sosteneva, inoltre, che l'utopia si differenzia dall'ideologia in quanto questa elude il presente tentando di comprenderlo tramite il passato mentre l'utopia trascende il presente ed è orientata al futuro. Se si volessero tradurre graficamente, l'ideologo e l'utopista sarebbero due vettori uguali e contrapposti, con una risultante uguale a zero e entrambi inesorabilmente relegati nella dimensione orizzontale.

 

La società in cui gli individui si trovassero metà in un gruppo e metà nell'altro, sarebbe una società bloccata o perennemente in lotta; nella società reale ci sono le posizioni intermedie che consentono al sistema totale un incerto dinamismo che si manifesta con contrasti, a volte insanabili, che evidenziano l'incapacità di trovare la via della creatività collettiva a causa del permanere dell'intelletto razionale in una dimensione orizzontale che, per definizione, consente una visione esigua.

 

L'esempio geometrico è efficace per esporre la capacità limitata dell'approccio razionale: la circonferenza visibile, cioè razionalmente interpretabile, da parte di un osservatore posto su una sfera è proporzionale alla sua altezza e man mano che si innalza dalla superficie, il cerchio si allarga. Riuscirà mai a vederne la totalità? No, perché giunto ad una distanza infinita ne vedrà soltanto la metà.

 

In altri termini, si vuole dire che l'intelletto, al massimo teorico delle sue possibilità, fornirà sempre una parte della soluzione dei problemi che gli si presentano. Basti pensare a quanti modelli interpretativi della materia, nessuno dei quali esaustivo, sono stati elaborati: quello energetico di Einstein, quello indeterminato di Heisenberg e, non ultimo, quello pensante, sostenuto da coloro che rifiutano la separazione con lo spirito.

 

Eppure, si dovrebbe avere una certa dimestichezza con questa base della realtà che costituisce la causa unica del condizionamento di tutta l'umana esistenza e sarebbe stato auspicabile raggiungere, nel corso dei secoli, certezze ovvero modelli interpretativi condivisi e confermati dall'esperienza interiore.

Incantesimo n. 30, Ivan Mosca, 1955

Olio su tela, Collezione Gaspero del Corso, Roma

La tradizione ripudia qualsiasi unione tra materialismo e fede e introduce un concetto che stravolge sia la visione ideologica che quella utopistica: il tempo non esiste così come non esiste la materia, cioè sono privi di significato ontologico. È vero, è già stato detto e senza il supporto della tradizione, ma l'enunciare una verità non significa capirla in toto e interiorizzarla. Enunciare verità incomplete è manifestazione tipica del materialismo che riesce proprio in questo modo ad affascinare e fuorviare, quasi avesse una strategia sua propria, mentre invece è una semplice tattica che consiste nell'accantonare tutto ciò che è inspiegabile e nell'affermare che in futuro tutto diverrà comprensibile.

Ma quale può essere il valore di una verità se questa non allevia la fatica di vivere trasformandola in consapevolezza?

Uno spirito attivo e la certezza interiore della possibilità del rapporto con il divino, costituiscono i prerequisiti di una teopoietica che può essere un valido strumento per la costruzione della patria spirituale dove far ritornare gli "esuli", ovvero tutti coloro che subiscono il vivere lo stesso disagio che si soffre vivendo in terra straniera.

 

Ogni individuo, anche i più che non ne sono consapevoli, ha bisogno di una patria spirituale, anche chi non vuole adoprarsi per conquistarla, ma se ci vive, in modo naturale e conseguente darà il meglio di sé, senza dover ricorrere a esercizi spirituali e fideismi di vario genere. In altri termini, è responsabilità di pochi contrastare la negatività radicale con lo scopo di renderla alla luce con lo scopo di costruire il bene comune.

 

Ma è veramente questa la direzione da seguire?

 

Qohelet ha già scritto più di duemila anni fa: "Chi sa quel che all’uomo convenga durante la vita, nei brevi giorni della sua vana esistenza che egli trascorre come un'ombra? Chi può indicare all'uomo cosa avverrà dopo di lui sotto il sole?" (6,12) E prosegue stigmatizzando con precisione proprio coloro che pretendono di proporre una soluzione invocando una tradizione che si presenta dai contenuti incerti, visto che nessuno ne è il depositario: "Non domandare: «Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?», poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza." (7, 10) E dopo che per sette capitoli ha fatto dichiarazioni sulla vacuità dell'esistenza e ha preso le distanze da ogni aspetto del vivere, dichiara con serafico candore: "Vedi, solo questo ho trovato: Dio ha fatto l'uomo retto, ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti." (7, 29)

 

Sembra, dunque, che la soluzione suggerita consista nel semplificare, cioè nell'eliminare i "fallaci ragionamenti", traduzione poco chiara, seppur corretta, della parola חשׁבנוֹת che in ebraico significa "macchinazioni", volendo, in senso lato, intendere quella facoltà dell'intelletto che - in modo automatico ma non sempre -, lo spinge e lo condanna, ad un incessante lavorio, ad una produzione senza fine e senza scopo.

 

Qohelet קהלת, questo participio presente di genere femminile del verbo קהל, il cui significato è quello di chiamare alla riunione e all'unione, vettore di grandi e aristocratici contenuti sapienzali, privo di utopia e di ideologia, vorrebbe parlare a tutti e far capire che la trama costitutiva del creato ha una struttura semplice, che gli strumenti per capire ci sono già e che è sufficiente usarli con oculatezza. L'impresa si presenta però assai ardua visto che anche l'illuminista, razionale, enciclopedico, anticlericale e laico Voltaire, dimostrando di non aver capito nulla di quel nichilismo illuminato, ha scritto che il libro non merita l'inserimento nel canone e che è l'opera "di un materialista sensuale e disgustato", dimostrando ancora una volta che tra intelligenza e saggezza non vi è alcuna relazione.

Un articolo di Paolo Mascetti per i Ludi Apollinaris

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